Dalla crisi greca, un nuovo sistema di governance della politica economica per i paesi UE?
maggio 25, 2010 in Articoli Pubblici, Finanza Pubblica da renato loiero
La crisi greca è solo l’ultimo di una serie di accadimenti che hanno reso oramai evidente la parziale efficacia di un solo framework di regole per il governo delle finanze pubbliche degli stati UE: il Patto di stabilità e crescita (PSC). Esso non ha dato ottima prova a causa dell’insufficiente coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri.
Ciò è vero soprattutto in un contesto di espansione dei c.d. global imbalances, ovvero i grandi squilibri delle bilance dei pagamenti; questi rischiano peraltro di espandersi negli anni a venire generando ulteriore instabilità finanziaria.
L’architettura finanziaria europea si è dimostrata quindi, a posteriori, molto debole rispetto a questi flussi. La scelta della moneta unica, infatti, richiedeva sin dal principio la predisposizione di efficaci meccanismi di monitoraggio delle politiche economiche effettivamente adottate, in sede decentrata, dai singoli paesi che ne fanno parte.
Per questo evidente motivo, molti osservatori hanno sottolineato come, nei fatti, la politica economica europea si sia sinora sempre occupata con attenzione del rispetto di parametri come debito e deficit pubblici e molto meno, per esempio, del tema del debito estero (pubblico e privato). Proprio l’esistenza di un deficit del conto corrente con l’estero di un singolo appartenente all’UEM segnala di per sé che se un paese spende più di quello che produce, tale circostanza può determinare una crisi di liquidità suscettibile a sua volta, come è successo, di minare la stabilità dell’intera area monetaria a cui appartiene.
Si tratta, difatti, di quanto è accaduto alla Grecia.
Ma il problema non è solo questo.
La crisi ha anche posto in evidenza come l’affidavit ai parametri e ai determinanti macroeconomici, nel medio periodo, in totale autonomia da parte degli stati, non basta da solo a condurne le finanze pubbliche verso un percorso comune di convergenza, secondo le indicazioni contenute nei celeberrimi principi di Maastricht, laddove esso non sia accompagnato da una attenta revisione anche delle politiche finanziarie e, soprattutto, delle riforme economiche da porre in essere per garantirne l’effettiva sostenibilità, a fronte degli ambiziosi obiettivi di finanza pubblica.
La risposta europea a questo problema è già nota. La Commissione ha evidenziato l’urgenza dell’adozione di meccanismi più efficaci di controllo preventivo, al livello comunitario, sulle manovre di bilancio e sulle riforme strutturali degli Stati membri. A questi dovrebbero affiancarsi, negli orientamenti comunitari, la previsione di misure sanzionatorie che stabiliscano anche un deposito fruttifero da costituire in caso di politiche fiscali inadeguate in parallelo ad una stretta sorveglianza sui provvedimenti di correzione del debito presi dagli Stati che non rispettano i parametri di finanza pubblica.
In definitiva, si è diffusa l’opinione della urgenza di procedere ad una decisa riforma del Patto europeo di stabilità e di crescita nel senso di un suo deciso rafforzamento, nonché una sua estensione anche al coordinamento delle politiche economiche.
Tale strategia, come chiaramente indicato dall’agenda “Europa 2020″, implicherà il progressivo ritiro del sostegno UE a misure anticrisi che presentino una efficacia a breve termine, e la previsione, piuttosto, del favore a politiche di riforma volte a promuovere la sostenibilità delle finanze pubbliche e a incentivare il loro tasso di crescita potenziale.
Allo scopo di incentivare il potenziale di crescita economica dei paesi dell’area UE e promuoverne la sostenibilità modelli sociali, il risanamento delle finanze pubbliche perseguito nell’ambito del PSC dovrà pertanto imporre che siano sempre più chiaramente definite le priorità e che vengano operate scelte anche difficili. In questo, è opinione diffusa che il coordinamento a livello di UE possa aiutare gli Stati membri in questo compito e contribuire a far fronte alle possibili ricadute negative sulle opinioni pubbliche nazionali.
In tale direzione, è evidente che anche la composizione e la qualità della spesa pubblica possono svolgere un ruolo importante: i programmi di risanamento del bilancio dovranno privilegiare fattori di crescita come l’istruzione e lo sviluppo di competenze, la R&S e l’innovazione, nonché gli investimenti nelle reti, ad esempio nell’internet ad alta velocità e nelle interconnessioni energetiche e di trasporto. Su questo fronte, in Italia si registra una diffusa difficoltà da parte delle amministrazioni di rappresentare chiaramente i loro obiettivi, in termini di servizi erogati o interventi da realizzare, e definire opportuni indicatori di performance significativi e coerenti con gli obiettivi stessi.
Nella chiave di lettura di questo scritto, è essenziale che vi sia una sempre maggiore collaborazione volta al raggiungimento di questi obiettivi in ambito UE, atteso che le economie dell’area UE sono tra loro strettamente interconnesse.
Il tale prospettiva, il ruolo delle istituzioni monetarie come di quelle politiche della UE e le sedi di concertazione “tecnica” diventeranno i canali cruciali attraverso cui si potrà implementare il successo economico dell’area. In particolare, al Consiglio europeo andrà il compito di orientare globalmente la strategia, basandosi sulle proposte della Commissione che obbediscono ad un unico principio fondamentale: l’enfasi che si dovrà porre sul valore aggiunto dell’UE rispetto ai particolare interessi dei singoli paesi.
Parimenti essenziale sarà anche il ruolo del Parlamento europeo, laddove il contributo delle parti interessate a livello nazionale e regionale e delle parti sociali dovrà assumere un’importanza sempre maggiore e sempre più incisivo dovrà essere il suo potere di indirizzo.
Il Consiglio europeo, invece, che attualmente rappresenta l’ultimo elemento del processo decisionale, dovrà avere un ruolo guida in tale strategia, poiché è l’organismo che garantirà l’integrazione delle politiche e che gestirà l’interdipendenza tra gli Stati membri e l’UE.
Le pertinenti formazioni del Consiglio dei Ministri dovranno occuparsi dell’attuazione del programma “Europa 2020″ e del raggiungimento degli obiettivi nei settori di cui sono responsabili. Nel quadro delle “iniziative faro”, gli Stati membri saranno invitati, nell’ambito delle varie formazioni del Consiglio, ad intensificare gli scambi di informazioni sulle buone pratiche a livello di politiche.
Infine, alla Commissione dovrà essere affidato il delicato compito del monitoraggio della situazione di ciascun paese sulla base di idonei indicatori, non più solo finanziari.
Tutte le autorità nazionali, regionali e locali dovranno attuare il partenariato UE coinvolgendo strettamente i parlamenti, ma anche le parti sociali e i rappresentanti della società civile tanto nell’elaborazione dei programmi nazionali di riforma quanto nella loro concreta attuazione.
Lo snodo di tutto il processo resta la riforma del PSC.
Già negli anni novanta fu proposto di includere nel PSC le riforme strutturali (mercato, concorrenza, sistemi pensionistici e altre riforme che possano promuovere effettivamente la crescita). Quella strada non fu seguita in quanto alcuni paesi obiettarono che si trattava di temi profondamente impressi nel tessuto storico e sociale, per cui non avrebbero accettato la medesima disciplina, come invece era accaduto per le questioni di bilancio.
I nodi sono giunti al pettine: non si può negare che finora il PSC è consistito essenzialmente in una sorta di “meccanismo di osservazione” dei bilanci pubblici. Appare necessario invece renderlo più incisivo ed estenderlo all’area delle riforme strutturali, perché la mancanza di tali riforme è il motivo alla base della mancata crescita di alcuni paesi.
Ciò, a ben vedere, oltre a rendersi indispensabile affinché le finanze pubbliche si fondino su basi sostenibili, si impone anche per proseguire nel cammino verso una sempre maggiore integrazione politica dei paesi UE.
La sfida che si presenta ora all’UE, non si pone quindi sul piano meramente finanziario. Se non si vogliono correre ulteriori rischi di “sfilacciamento” del tessuto comune europeo, occorre prendere atto del fatto che le crisi che producono instabilità finanziaria mondiale possono colpire le economie dell’area con intensità diversa a seconda delle strutture su cui poggiano. In questa prospettiva, appare essere giunto il momento nel quale il suo futuro, oltre che la sua moneta, si dovrà fondare su solide basi di sviluppo economico in piena coerenza con la scelta adottata sin dall’inizio dai sui Padri fondatori, di proseguire verso una vera e propria integrazione politica tra i partners.
Tertium non datur.
Preso atto delle debolezze dei meccanismi di governance delle politiche economiche nell’Unione, la Commissione europea ha infatti pubblicato, il 12 maggio scorso, una Comunicazione sul rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche. In particolare, pur confermando la validità del PSC, la Commissione ha proposto alcune correzioni ritenute necessarie al fine di evitare il ripetersi di situazioni di tensione finanziaria. COM(2010)250 final.
Cfr., Giuseppe Pennisi, L’Italia e la nuova Strategia europea per la crescita e l’occupazione, Synthesis, n. 10, 2010, pag. 13.
Si veda, sul punto, il nostro contributo: Renato Loiero, La sostenibilità delle finanze pubbliche nell’UE e il controllo della spesa in Italia, Synthesis, n. 9, 2010, pag. 15.
L’evidenza empirica suggerisce infatti che la presenza di una banca centrale indipendente e con preferenze meno estreme del governo, che quindi resiste alle pressioni, rende meno conveniente il default e quindi aumenta la “tolleranza” al debito. Cfr. R. Giordano e P. Tommasino, What determines debt intolerance? the role of political and monetary institutions, Banca d’Italia, Tema di discussione n. 700, gennaio 2009.
In proposito sono apparse profetiche le parole di Paul-Henri Spaak, citate anche nel c.d. “Rapporto Monti”: “Una nuova strategia per il mercato unico”. Egli affermò che: “Quanti hanno tentato di risolvere i problemi economici posti dal trattato di Roma tralasciandone la dimensione politica si sono condannati al fallimento e fin quando esamineremo questi problemi solo sul piano economico, senza pensare alla politica, temo che saremo condannati a ripetuti fallimenti.”, Paul-Henri Spaak, Discorso pronunciato alla Camera dei rappresentanti, 14 giugno 1961.








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La verità è che l’UE è una costruzione astratta, che ha trovato conforto “nella” e “dalla” realtà del dopoguerra ma che oggi, con il trionfo della globalizzazione e del diritto inter-nazionale, entrambi fondati sulla categoria economico-giuridica di “nazione”, non ha più senso. Commissariati, per 60 anni, i governi degli Stati europei guerreggiatori, oggi occorrerebbe, laicamente, tornare alla normalità delle nazioni e alla piena partecipazione al diritto inter-nzionale ed alle Organizzazioni Inter-nazionali, entro cui, dovrebbe essere noto, l’UE è una mostruosità non identificabile. Dario